Sembra un film. Non lo è. Sono stati prodotti diversi movies narranti la storia di un bambino che, a tutti i costi, voleva diventare grande, un po’ perché si sentiva già abbastanza maturo ed un po’ per curiosità e voglia di scoprire il mondo degli adulti. Nella finzione cinematografica la storia si dipana nel seguente modo: il desiderio del bambino viene esaudito, si accorge che la vita adulta non è contornata da tutte quelle rose e da tutti quei fiori che lui, erroneamente, si immaginava e, grazie all’aiuto della personalità spirituale di turno riesce a ritornare al suo corretto percorso di vita. Ritorna bambino.
A differenza dell’irrealtà, la realtà – questa realtà – è decisamente diversa. Non solo perchè prima o poi si deve crescere e mettere giudizio. Stanno accadendo fatti che si avvicinano all’inenarrabilità: non per pigrizia di scrivere del sottoscritto o per chissà quale malcelata volontà di nascondere. No. Come ho avuto modo di scrivere nel post di ieri – la parte in rosso – vi sono alcune cose che ti colpiscono. Duplicemente. All’anima ed al cuore: un mix difficilmente ignorabile perfino da una persona che non si aspetterebbe mai di vivere determinate sensazioni e determinate emozioni.
Talmente inspiegabili a voce o per iscritto, tanto che evito un qualsivoglia abbozzo di esempio. Sta cambiando tutto. Se non proprio tutto, molte cose. Comunque, in meglio. Tutte cose fondamentali, piacevoli e magnifiche. Con la naturale conseguenza dell’aumento della velocità dei vari contachilometri del corpo: aumenta la velocità delle gambe, quella del respiro e quella della mente. Ed anche un’altra velocità. Quella più intima e da custodire con la massima cura. Per non apparire troppo pragmatico, mi riferisco alla velocità di quell’organo del corpo da sempre in lotta contro il cervello per la supremazia del controllo della persona stessa. La situazione ideale è quando vincono entrambi. E per ottenere un simile risultato, vi è la necessità di adottare il metodo più umile, semplice e, sulla lunga distanza, perfino vincente. Essere se stessi, sempre. Quando adotti un simile metodo per la tua vita – metodo che adotti naturalmente, lo senti tuo e ti senti bene con te stesso nell’adottarlo – è difficile che qualcuno non se ne accorga. Prima. O poi. Ma se ne accorge.
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7 giorni, incominciando a contare da oggi – contanto il fatto che la mezzanotte è trascorsa da 15 minuti e siamo già nella giornata di Venerdì. Questo il lasso di tempo che divide dall’esordio del nuovo quotidiano. Venerdì 24 Giugno 2011: altra data da cominciare a ricordare. L’esordio ufficiale.
Sempre a proposito di numeri, saranno infatti 8 i giorni che mi separeranno, in quel Venerdì d’esordio, da un viaggio decisamente interessante in terra americana.
Dopo le date, passiamo alle ricevute: anzi, decliniamo il termine al femminile singolare: ricevuta.
Fiducia ricevuta. Forse confermata. Ognuno ha i suoi miti. Soprattutto quando cresce: chi il mito del calciatore, chi del musicista, chi dell’astronauta. Di conseguenza, un calciatore in attività, parimenti un musicista o un astronauta divengono immediatamente dei miti, da seguire nei loro impegni, con il desiderio di poter divenire, un giorno, ciò che loro sono a rappresentano in quel dato momento.
Il sottoscritto trovò ed incarnò i suoi miti nei giornalisti che raccontavano quotidianamente tutti i vari aspetti della città. Tanto tempo fa. Una decade fa, più o meno. Oggi, una parte di quelle stesse persone che accompagnavano le mie quotidiane letture di quotidiani da bambino e da adolescente sono a pochi metri da me. 7 giorni, non uno di più. E’ gia countdown.
Post Scriptum: Inutile chiedervi nuovamente venia per il ritardo di un quarto d’ora sulla pubblicazione dell’odierno post. Potrei darvi mille spiegazioni, preferisco non darvene nessuna. Non foss’altro perché dovrei darvi come spiegazione una personale emozione. Ed un Blog, per quanto personale, non è davvero il luogo adatto. Non stavolta, più che mai.
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Mettetevi comodi, questo è un racconto di vita vissuta – in prima persona ed intensamente – che scrivo con il beneficio primario di andare a rileggermelo nel futuro, potrebbe tornarmi utile.
Nell’autunno del 2003 andavo ad iniziare il primo dei tre anni finali del Liceo Linguistico: scelsi le lingue straniere dopo aver fatto un clamoroso – l’unico, fortunatamente – buco nell’acqua, iscrivendomi due anni prima al Liceo Classico. Il risultato fu una bocciatura, dovuta alle gravi insufficienze in Lingua Latina e Lingua Greca. Con il senno del poi, essendo divenuto un amante della cultura sotto qualsivoglia aspetto, avrei ripetuto l’anno, cercando di impegnarmi di più. A 14 anni, con la testa che ancora sfarfallava verso realtà adolescenziali ben lontane dall’ambone scolastico, la bocciatura del sottoscritto equivalse, per il sottoscritto stesso, ad una sorta di ingiustizia da parte dei professori. Ritengo superfluo dire che al giorno d’oggi non la penso minimamente così. Tant’è. Tornando all’autunno del 2003, verso la metà del mese di un Novembre ancora portatore delle caratteristiche climatiche giuste per quel periodo, subii un ricovero ospedaliero, in seguito ad un fortissimo mal di stomaco. Quindici giorni di degenza, dopo i primi tre quel dolore era solo un lontano ricordo – alla fine della giostra, probabilmente stress – ed ero pronto per ritornare a sedere tra i banchi di scuola. Così non fu, invece. Percepii un improcrastinabile bisogno di dovermi prendere una pausa. Relax, ozio, dolce far niente. Me lo chiedeva, imponendomelo quasi, il mio organismo. Decisi di dargli ascolto e mi ritirai dall’anno scolastico, evitando di perderlo. Dal Dicembre 2003 fino alla fine della primavera del 2004 trascorsi quasi ogni mia giornata insieme ai miei nonni materni. Sapevo che non sarebbero durati ancora a lungo, ed avevo con loro, soprattutto con mio nonno, un rapporto che oggi non avrei difficoltà a definire tranquillamente karmico. Non mi sbagliavo: nonno venne a mancare il 22 Ottobre 2005, quattro mesi dopo fu la volta di mia nonna, la quale aveva praticamente smesso di vivere dopo la scomparsa di suo marito. Insieme da una vita, ogni singolo giorno per cinquanta e più anni. In quel determinato periodo avevo già ripreso la scuola, il mio organismo si era ricaricato, forse è più appropriato dire rigenerato. Ero pronto a riprendere con tutte le attività della mia vita. Per meglio dire, ero pronto a cominciarne delle nuove. Dopo aver trascorso tutti i mesi estivi presso una radio sarda, preferendola al mare ed alle vacanze, tanto ero affascinato da quella realtà, scrissi i primi articoli per il primo giornale che mi consentì di inserire tra le sue pagine i miei scritti. Politica, costume, società. Da subito, ieri come oggi. Praticamente non mi sono più fermato, divenendo pian piano un valido amante della carta stampata, dopo essere stato un semplice guardone ed estimatore da edicola.
Questo breve racconto, come ho scritto all’inizio, mi serve da promemoria. Quello attuale è un periodo di grandi decisioni: lavoro, studio, vita quotidiana – la quale sfocia, per ovvi motivi, anche nella sfera privata -. Oggi sento una necessità simile a quella avvertita nell’autunno del 2004. Sono passati quasi sette anni, non è un lasso di tempo così tanto piccolo. E’ pur sempre un granello di sabbia nello sconfinato deserto dell’eternità. Stavolta, a differenza di sette anni fa, non mi fermerò, continuerò bensì a fare tutto quello che sto facendo. Grazie agli insegnamenti che mi ha dato la vita, con il quotidiano supporto della meditazione e con la alquanto radicata consapevolezza che l’eternità è un’opzione puramente soggettiva. Ogni singola persona vive quest’aspetto come meglio ritiene fare, dal momento in cui nessuno sa per quanto tempo ancora calcherà il più grande palcoscenico che abbiamo la fortuna di calcare. Quello della nostra esistenza. Quello della nostra quotidianità, da scandire secondo dopo secondo. Semplicemente, il palcoscenico della nostra vita.
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Oggi, in via del tutto eccezionale, aggiorno il Blog con qualche ora d’anticipo. Sarà la prima vera ondata di calura estiva, sarà che le scuole sono belle che terminate – per chi è mezza generazione avanti alla mia -, sarà quel che sarà, la voglia di scrivere non è poi tanta. Ho, però, una scusante valida, nella speranza sia di vostro gradimento. Nella giornata odierna ho, infatti, confezionato i primi due pezzi per il nuovo giornale: entrambi d’attualità ed entrambi realizzati “sul campo”, l’uno parla di carenze legate ad una struttura pensata e realizzata per essere utilizzata da tutti, l’altro di un’altrettanto seria problematica, riguardante il mondo dei giovani studenti universitari fuori sede. Nel caso dovesse esserci l’ok del resto della redazione, li potrete leggere in edicola. Tra pochi giorni. Manca sempre meno alla fatidica “data x”.
Finale dedicato a chi prevede di farsi un giro da queste parti domani: preparatevi fin d’ora a trovare un po’ d’amarcord.
Felice prosieguo di vita a tutti, indistintamente.
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Si sapeva come sarebbe andata a finire. Quel 50%+1 sarebbe stato superato con molta meno fatica di quanto si potesse credere. L’umore delle persone, quei cittadini comuni che non si intendono né di guerre intestine ai partiti stessi né di oscure e capziose logiche di poltrone, proprio a loro va dato il merito, bipartisan, di aver voluto gettare il cuore oltre l’ostacolo e far capire, non tanto a larghe linee, che un capitolo si sta – o deve essere – chiuso quanto prima.
Un capitolo più mentale e più di azione, prima che un capitolo nei confronti di una singola persona. Non conta più il fatto di essere pro o contro una determinata persona. La quotidianità porta i comuni cittadini a doversi barcamenare tra tematiche che non rientrano minimamente nelle discussioni di palazzo. Detto fuori dai denti, si sta andando verso il futuro. Ad una velocità nemmeno troppo ridotta.
Il risultato del Referendum, più di 28 milioni di italiani alle urne, non può passare sottotraccia, visto soprattutto l’esito percentualistico dei quesiti proposti.
Risulta difficile prevedere le prossime mosse del mondo della politica. Stavolta però potrebbe non essere sufficiente convocare i vari “stati maggiori” dei partiti. Davanti ad uno scenario come quello attuale, dove le chiacchiere non sono più gradite, bensì le azioni concrete, sorseggiare un bicchiere di brandy – o, a seconda dei casi, mezzo litro di acqua del Po – davanti ad un climatizzatore, visto il periodo estivo, tra i soliti quattro gatti soloni della scena politica attuale potrebbe rendere la situazione ancora più tragica. Prima che per i politici, per i cittadini.
Non è più tanto il desiderio di vedere destituite tutte quelle persone che financo da decenni stazionano sotto il sole della politica nostrana. No. E’ quanto più la volontà di non doversi riconoscere mai più in quella famosa frase del compianto Totò.
E’ un periodo che porta con sé il preludio del cambiamento. Mentre nella penisola tutta il quorum veniva raggiunto ed abbondantemente superato, qui nell’isola iniziavano a volare gli stracci tra la maggioranza del Consiglio Regionale. Litigi e celate richieste di aumento di potere personale tra chi ha il potere. Non vi è manco l’attenuante di una disputa tra maggioranza ed opposizione. E’ guerra. Tra ricchi, pur sempre guerra. Questione di ore, al massimo di giorni e si saprà se si dovrà tornare un’altra volta ancora alle urne, in quest’occasione per il rinnovo anticipato di chi siede dentro il palazzo che ospita, al suo esterno, le statue di Costantino Nivola. Sperando che, nell’eventualità di dover lasciare la poltrona, qualcuno non se ne porti via una come buonuscita.
Non è davvero più questione di destra e sinistra. E’ questione di cuore. Se si opera nel giusto ed in modo corretto, ogni mattina si può scorgere pure lui, mentre ci si guarda allo specchio.
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E poi arriva il giorno nel quale devi razionalizzare il tutto, fermarti un attimo e fare il classico punto della situazione. Il mondo della comunicazione è un’arma a doppio taglio, senza dubbio più di tanti altri mondo: da un lato ci sei tu, dall’altro tutti gli altri. Una partita tutta da giocare, tra te ed il resto del mondo.
Fino a 48 ore fa l’unico impegno del quale ero sufficientemente sicuro era quello quotidiano in radio, a partire da Settembre. Impegno confermato assolutamente, giusto per fugare ogni dubbio. Null’altro. Le cose, soprattutto quelle belle, arrivano quando uno meno se l’aspetta. Non avrei mai pensato di dover dare ragione a quello che reputavo più che altro un semplice detto. Invece…
Invece arriva tutto all’improvviso, in un caldo giorno di Giugno nel quale era davvero tanta la voglia di restare appiccicato al letto con la sola compagnia del ventilatore come discretissimo sottofondo.
Domani e Domenica saranno giornate di fuoco: 48 ore per riorganizzarmi determinati spazi di serenità personale, primi articoli ed inchieste da buttar giù al computer e, giusto per passare goliardicamente da un estremo all’altro, dover sostituire la lampadina fulminata del balcone chiuso, quello che si affaccia sulla mia scuola elementare. Per la lampadina mi sarà preziosa la scala, per il prevedibilissimo casino barbarico, causa ultimo giorno di scuola dei circa 200 frugoletti, pensavo al fucile a canne mozze. No, troppo spietato. Meglio il classico gavettone. Quello che vorrei qualcuno facesse a me nei pomeriggi di domani e Domenica, quando la temperatura arriverà a sfiorare i 30 gradi centigradi.
Poi… Poi c’è Lunedì. L’esordio tra le mura della redazione. Per l’uscita ufficiale del quotidiano bisognerà pazientare ancora un poco: al massimo una decade, non di più.
Sarà sempre vita. Intensa. Soprattutto Vita, con la V maiuscola.
Se domani o Domenica avete in mente di fare una gita fuori porta – mare, montagna o collina è indifferente – ricordatevi di recarvi prima al vostro seggio elettorale e votare. Ok? Bravi, è come se avessi udito il vostro Yes. Da ripetere Domenica o al massimo Lunedì mattina su tutta la linea. Non basta la sola intenzione.
Buon weekend!
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Ritardo di 30 minuti. Chiedo venia, la giornata di oggi è stata… Ecco, capirete tutto leggendo da dopo il punto.
Il succo del discorso del post di 24 ore fa voleva essere una sorta di promemoria per il sottoscritto. La polpa del suddetto è stata una seppur piccola riflessione sull’imprevedibilità della vita.
Provando a rientrare nei ranghi del discorso, il messaggio che volevo far passare è che ogni persona ha uno o più valori: il riuscire ad esprimerli è una conseguenza direttamente proporzionata all’essere della persona stessa.
E’ difficile immaginarsi il chitarrista di una rock-band dimenarsi sopra ad un palco se il suo più profondo essere è timido: certo, potrà benissimo fingere davanti al pubblico ma, nel chiuso del camerino, sa perfettamente come stanno le cose, tra sé e sé.
Il tempo può aiutare a migliorare la propria personalità: ha un senso essere timidi quando si è sicuri delle proprie capacità? A parte rari e più che giustificati casi – ogni persona è un’isola – la risposta è no.
Più di dieci anni fa, intorno al 1998 era per me abitudine quotidiana comprare quasi tutti i quotidiani – perdonate il gioco di parole – soprattutto quelli locali. Altra epoca, in quei tempi L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna erano due giornali ancora accettabili. In seguito, il primo passò sotto la proprietà di un editore il quale, liberamente in quanto privato cittadino che paga le tasse, diede un taglio politico al quotidiano più venduto in tutta l’isola; il secondo passò sotto l’egida del controllo nazionale del gruppo La Repubblica, capillarizzando la sua area di vendita prevalentemente nel Nord dell’isola – per capirci, da Nuoro in su -.
Perché vi parlo di quel periodo? Perché quello fu il periodo durante il quale ebbi i primissimi flirt con il mondo del giornalismo e della comunicazione. Avevo imparato a memoria i nomi dei vari giornalisti e sapevo in quali pagine potevo rintracciarli – cronaca, società, costume, sport, ecc. -.
Nel prosieguo del tempo, vi è stato l’11 Settembre 2001, data che portò il sottoscritto a maturare il desiderio di iniziare a scrivere articoli. Passarono 4 anni e nel 2005, sempre nel mese di Settembre, iniziai a scrivere per un mensile sardo: gratis, come è giusto che fosse. Fu l’inizio del cosiddetto “tenere a bottega”. Quasi contemporaneamente iniziai con la radio – per meglio dire, le radio -, un’altra possibilità di espressione e di dialogo con quanto più pubblico possibile.
E’ stata tanta l’acqua passata sotto i ponti: seminari, workshop, convegni, corsi e ancora corsi. Kilometri, tanti kilometri percorsi. L’arte del confezionare ogni singola notizia non poteva avvenire in modo superficiale. Ho sempre saputo che dovevo migliorarmi, limare ciò che era da limare, ampliare ciò che era da ampliare.
Ad oggi la strada da fare è ancora tanta. La certezza di qualsivoglia cosa non esiste o, comunque, non si ha se non nel momento in cui non la si ottiene. Ed anche in quel caso, non è detto possa essere “per sempre”, anzi. Anzi.
La giornata appena conclusa è però stata splendida, indimenticabile, incredibile. Mi sono sentito, in alcuni momenti, come un bambino che da piccolo colleziona le figurine dei calciatori e sogna e si immagina di poter diventare come loro, in un chissà quanto distante domani. Il calcio non è mai stata la mia passione, l’ho sempre trattato in maniera decisamente distaccata. Ecco perché da bambino collezionavo nomi e cognomi dei giornalisti che scrivevano le notizie sui giornali e/o che le comunicavano in televisione. Anch’io mi cullavo nel desiderio di poter diventare come loro, un giorno. Anche se, ad onor del vero, il vero sogno proibito era quello di poterli conoscere e, chissà, poter collaborare con loro, crescendo professionalmente grazie al loro aiuto. Per l’appunto, stamattina è stata una di quelle mattine da ricordare e da incorniciare: vale per tutti il seguente scambio di battute: “Paolo, ho informato Stefano che anche tu collaborerai con il quotidiano. Mi ha detto di essere molto ma molto contento, ti conosce per via della radio ed ha anche letto qualche tuo articolo”. La mia risposta è stata la seguente: “Ah…. – pausa di silenzio infinita – sono contento di ciò, davvero”. Stavo per svenire dallo stupore e dall’incredulità: leggevo gli articoli di Stefano da sempre. Così come divoravo dalla prima all’ultima riga tutti gli articoli di Ennio e di Alberto.
Ora sono qui, accanto a loro. Stesso team, ovviamente con ruoli diversi. Loro più in alto di me, capo-redattori, ed io che da collaboratore alzo gli occhi con un filo di sbalordimento – dettato dall’importanza che hanno avuto per me i loro scritti e dal fatto che potrò collaborare con loro – per guardarli e per parlarci. L’iniziale sbalordimento passa presto. Un caffè e via a disquisire dei fatti di cronaca, politica e quant’altro. E poi è tempo di cominciare a fare il lavoro più bello del mondo: cercare le notizie, scriverle, limarle e renderle quanto più fluide e leggibili.
Ho scritto un post-it con la data di oggi, appena so come fare me lo attacco sopra il cuore. Da oggi collaboro con i miti della mia fine infanzia-inizio adolescenza. E’ più che un onore. E’ una di quelle realtà che ti porta a piangere dalla gioia.
Sarà inoltre uno dei pochissimi casi della mia vita nei quali non dovrò faticare a ricordarmi il nome delle persone. Loro sono “quelli di sempre”. Ve lo dico con la massima sincerità, io stesso non avrei mai puntato nemmeno un pidocchioso centesimo sulla possibilità di avere a che fare con loro.
A volte, però i sogni diventano realtà. Basta che i sogni avvengano di notte, mentre la mattina è meglio tenere gli occhi ben aperti e continuare a consumare suole, penne, block-notes e memoria usb. Si sa mai che qualcuno non voglia farsi intervistare a voce.
Una delle cose più belle è avere la certezza che la strada è ancora lunghissima ma saper di poter chiedere un suggerimento, un consiglio o un parere a delle persone esperte renderà la strada un filo meno faticosa.
Una strada da percorrere.
La stessa che percorro da circa 10 anni.
Con tre fondamentali differenze.
1) Vicino ai miei miti.
2) Ogni giorno.
3) In un quotidiano.
Questa è felicità!
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Arrivano momenti nella vita dove tutto sembra ripetersi, ciclicamente. Una vera e propria buriana di eventi dai quali non solo diventa difficile sfuggire, anzi è quasi piacevole ritrovarcivisi immischiati. Un po’ perché la curiosità non è un fattore facilmente placabile dall’essere umano, un po’ perché quella determinata buriana potrebbe essere foriera di novità e di istanti da gustarsi fino in fondo.
Ho imparato ed ho fatto mio, da un po’ di tempo, il seguente ragionamento: il “sempre” ed il “mai” sono due concetti non applicabili alla nostra esistenza, quasi due concetti errati e che tendono a fuorviare le persone. Il primo perché risponde ad una soggettività ed ad una volubilità insita in ognuno di noi fin dalla notte dei tempi: stesso identico discorso per il secondo concetto citato poc’anzi.
Non si può essere “sempre” felici e non si può essere “mai” infelici; non si può fare “sempre” di tutta l’erba un fascio e non si può rinunciare “mai” all’imprevidibilità della vita.
Ogni istante è prezioso, il “qui ed ora” è l’unica certezza che ognuno di noi sa di poter avere. Qualunque altro lasso temporale, foss’anche un secondo prima o un secondo dopo, non ci appartengono: il primo è immodificabile, il secondo è improgrammabile.
La vita mi ha regalato di tutto. Nulla mi è mancato, sotto ogni aspetto. Risulterebbe un filo inutile e capzioso dirvi se siano state più le cose piacevoli o quelle spiacevoli. Quando comprendi che ti devi aspettare di tutto, sai che vi saranno giornate soleggiate durante le quali abbandonarti all’odore della fresca erba mattutina di un parco, tanto quanto sai che vi saranno giornate nuvolose durante le quali combattere a denti stretti ed odorando un tanfo pestilenziale che ti avvolgerà dalla testa ai piedi.
Per esempio, proprio domani sarebbe mio desiderio approfondire quanto scritto finora. Come sempre, certo della vostra presenza.
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Alla fine, bisogna attendere lo svilupparsi degli eventi. La soluzione del post di ieri è questa: dare tempo al tempo (ed anche, per ovvio, alle azioni delle persone).
Una piccola parentesi: mi ha scritto in forma privata Massimo Fantola, informandomi circa il fatto che ha letto l’articolo e che la sola telefonata che ha fatto a Massimo Zedda è stata quella fatta nel pomeriggio di Lunedì 30 Maggio, per complimentarsi della vittoria ed augurandogli un buon lavoro.
Questa tipologia di comportamento, almeno a casa mia, è sinonimo di buona creanza.
Sul governo della città di Cagliari avrò modo di tornare a parlarvene più in là, quando appunto gli eventi saranno il contorno della cronologia storica delle azioni di chi ci governa. Come dice il detto, la storia è maestra di vita.
A proposito di cronologia, con ieri si apre ufficialmente la settima stagione del blog. Aggiornato quotidianamente, soprattutto da Agosto in poi. Nel mese di Luglio sarò fuori dal suolo italico per 20 lunghi giorni. Ancora prima, ci sono un paio di cose delle quali vi vorrei parlare. Cominciando da domani.
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La vittoria politica di Massimo (quello giovane) a Cagliari ha creato un vero e proprio “unicum”. Detto all’inglese -non me ne vogliate, studiandolo da una vita lo preferisco di gran lunga al sopra citato termine latino- un “never seen before”.
“Mai visto prima”: anche questo sarebbe potuto essere uno slogan utilizzabile nella campagna elettorale del candidato sindaco di centrosinistra, insieme al famosissimo “ora tocca a noi”.
Andando alla sostanza delle cose: Cagliari non ha mai avuto un sindaco di centrosinistra e/o di sinistra. Nella seconda metà degli anni ’70 Salvatore Ferrara, di area socialista, riuscì a governare per cinque anni il capoluogo sardo solamente grazie a quella diavoleria politica dal nome di “pentapartito”. Un governo di “gruppo” insieme a democristiani e liberali, un ibrido nel vero senso del termine. Nella prima metà degli anni ’80 toccò al mio omonimo Dal Cortivo, sempre di ispirazione politica socialista. Avvicinandoci ai giorni nostri, le due legislature di Mariano Delogu ed Emilio Floris -entrambi dell’area di centrodestra- riuscirono a porre una sostanziosa ipoteca sul Comune di Cagliari, riuscendo ad essere eletti con percentuali di voto finali più che rassicuranti.
La Cagliari di oggi si ritrova con Massimo Zedda sullo scranno più alto del palazzo di Via Roma. 35 anni, da sempre in politica. A riprova del suo amore ed impegno verso la politica stessa fa fede il suo percorso di studi, interrotto ad un paio di esami dal conseguimento della Laurea in Giurisprudenza.
Dall’altra parte vi era un avversario politico di tutto rispetto e degno del più totale rispetto. Affermo tranquillamente ciò con la serenità donatami dal fatto che conosco Massimo Fantola da un bel po’ di anni, più politicamente che personalmente: prima dell’aspetto politico vi è l’aspetto personale e caratteriale di ogni persona, in parole povere quello che dovrebbe essere sempre il vero metro di giudizio nei confronti di ogni essere umano. Iniziai ad interessarmi di politica e di comunicazione giornalistica al sorgere del 2000, un anno dopo vide la luce il partito politico del quale Fantola fu tra i co-fondatori, i Riformatori Sardi. Una realtà politica di stampo liberaldemocratico che da un decennio incassa tra il 6% ed il 10% ad ogni tornata elettorale, presente nelle coalizioni del centrodestra.
Massimo Zedda, di contro, proviene da una storia politica cominciata nel PGS, passando per i DS fino ad approdare a SeL, partito che lo ha sostenuto con forza, vigore ed un dispendio mai visto prima -il famoso “never seen before”- di giovani, i quali hanno riposto e tuttora ripongono in lui il comune desiderio di aprire una nuova fase della politica, fatta di fatti e non di promesse, di liberà e non di sudditanza verso determinati schemi.
Zedda ha vinto al ballottaggio, staccando Fantola di quasi 20 punti percentuali. Al primo turno le liste che appoggiavano Fantola presero il 7% in più di lui, quelle che appoggiavano Zedda il 9% in meno di lui. La soluzione a questo strano enigma è quanto mai semplice: al primo turno l’ha fatta da padrone il voto disgiunto, favorendo la figura di Zedda e sfavorendo le liste di csx, sfavorendo la figura di Fantola e favorendo le liste di cdx. Al ballottaggio è risaputo che l’elettorato di csx sia compatto dal primo all’ultimo uomo nel recarsi al seggio elettorale, una indubbia qualità che continua a latitare tra l’elettorato di cdx.
La questione-Cagliari appare più limpida di quanto possa sembrare: Massimo Zedda dovrà superare indenne – giusto per fare un esempio a caso, dovrà evitare sgambetti politici che potrebbero derivare da malpancismi della sua stessa area politica a causa di eventuali posti di potere non confermati – i primi 100 giorni della sua legislatura da primo cittadino. Se riuscirà nell’operazione, a quel punto sarà difficile prevedere chissà quale problema da qui al prossimo lustro. Ha dalla sua i numeri per goverare – il 60% del Consiglio Comunale è molto più di una semplice e mera soglia psicologica – oltre ad un ritorno e/o ad un primo avvicinamento al mondo della politica di tanti giovani. Proprio quelli che l’hanno sostenuto nella sua corsa verso la vittoria politica, ci si deve augurare saranno i primi a fargli notare eventuali errori o imperfezioni.
L’incognita del futuro di Cagliari dipende, e non poco, da ciò che Massimo Zedda riuscirà a fare: dovrà confermare con le azioni il suo progetto di rinnovamento della politica e contemporaneamente difendersi da quei lupi famelici e smaniosi di potere presenti in ogni angolo del planisfero politico. E’ una patata decisamente bollente, quella che si ritrova tra le mani da una settimana esatta il nuovo sindaco di Cagliari.
Non è mia intenzione fargli mancare tutti gli auguri del caso, e glieli faccio testè – dopo aver avuto più di un’occasione per farglieli di persona -.
Massimo rappresenta anche me, dal momento in cui Cagliari è anche la mia città. Chi mi conosce sa come la penso, politicamente parlando. Questo è però un post del Paolo comunicatore/giornalista, l’imparzialità e l’indipendenza sono quanto mai d’obbligo.
L’ultimo non chiuda la porta: Massimo Zedda è “l’ultimo”, dove il termine ultimo sta per più recente. A noi comunicatori il compito di sorvegliare il suo operato, non lesinando eventuali critiche e non essendo avari di complimenti. Ed un complimento, nelle mie intenzioni bipartisan, glielo dobbiamo già fare: essere riuscito nella doppa impresa di potrare la sinistra al governo della città di Cagliari, parimenti essere riuscito a portare contemporaneamente il centrodestra sardo tutto ad un serio e costruttivo periodo di riflessione, periodo che sta portando in questi giorni all’azzeramento di molti posti di comando dei partiti avversi a Zedda. Alla fine della giostra, la vittoria politica di Massimo Zedda sta portando giovamento anche ai suoi antagonisti. Fossi in Massimo Fantola gli farei una telefonatina per ringraziarlo. Buona fortuna, città mia.
Buona fortuna anche a me, da oggi ritorno a tenervi compagnia quotidianamente attraverso il mio personal blog: da Settembre ci sentiremo ogni giorno in radio, se esiste una giustizia terrena ed un riconoscimento dei meriti di una persona, a breve ci leggeremo “quotidianamente” in cartaceo.
Se vi rimane un briciolo di tempo, anche il sottoscritto si meriterebbe tutti gli auguri del caso.
Come sempre, fate vobis.
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